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Sito ufficiale www.davideorler.it Tutta l’opera di Davide Orler, che si distende fino ad oggi per oltre mezzo secolo di attività indefessa, è quasi esempio paradigmatico di come l’arte possa e debba essere espressione autentica di un’anima, divenendo intuizione di un messaggio universale, non soggetto a mode o a correnti. La vigorosa gestualità onirica dell’ultima sua produzione non si potrebbe comprendere appieno senza considerare le precedenti tappe della sua maturazione umana e professionale.
Come lo stesso Orler rammenta, nell’immediato Dopoguerra ebbe modo di frequentare il pittore Riccardo Schweizer e, con lui, “un ristretto gruppo di amanti dell’arte e della cultura, un piccolo cenacolo di intellettuali ansiosi e curiosi di esplorare quei nuovi fermenti che si facevano largo in Europa”. Nel 1946 Orler giunse dal suo paese montano (Mezzano di Primiero, nel Trentino) a Venezia, la città dei suoi sogni e delle sue più profonde aspirazioni; si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, che ben presto abbandonerà per arruolarsi volontario nella Marina Militare, alla ricerca giovanile di una esistenza avventurosa e di esperienze forti. Nella sua vita entrava per la prima volta il mare.  In quegli anni focosi e ‘fauves’ Davide mostrava una sua interna fragilità, proiettato, dal piccolo borgo natale, nella grande realtà dei Paesi mediterranei. Fin dagli anni 1955/1956 iniziò, un periodo di crisi profonda: unica pausa, fra quegli angoscianti ‘incubi’, sono i cristallini Notturni a Mezzano, da lui dipinti con incantati accenti naïves. Nel 1958, lasciata oramai la marina, Orler fu invitato a tenere una personale al Musée Grimaldi di Antibes. La mostra francese gli dette la possibilità di aprire la sua arte ad esperienze internazionali e di conoscere alcune delle figure più eminenti nel panorama culturale dell’epoca, come lo stesso Pablo Picasso, che tanto influenzerà la sua arte di quegli anni. In questo delicato e travagliato momento la riflessione su letture sacre e di letteratura francese - in particolare del poeta e scrittore Paul Valéry - lo spinse ad una riconsiderazione dell’universo panteistico giovanile, per approdare ad una più autentica fede cristiana. Negli anni 1959/1960, con l’affiorare nelle sue opere del tema a carattere sacro, si può indicare la sua grande ‘svolta’ esistenziale ed artistica. Spesso i quadri di questo ‘nuovo’ Orler sono influenzati anche dall’opera di un grande maestro italiano del tempo, da lui conosciuto nel 1958 e profondamente stimato ed ammirato, Felice Carena, dal quale deriva le sue figure tormentate e vibranti e le tonalità terragne. All’inizio degli Anni Settanta Orler riscoprì pure il collage, ma questa volta in maniera nuova e concettualmente anticonformista, non più legata ai picassismi precedenti; le sue opere si fecero vicine ad alcune esperienze della Pop Art americana ed italiana e a certe espressioni del Nouveau Réalisme, impiegando materiali molteplici, applicati sul supporto e uniti mediante la vivacità di cromie primarie. Parallelamente, comunque, prosegue anche una sua pittura maggiormente figurativa e paesaggistica, come nei suggestiviscorci siciliani, pieni di pathos e di espressionistici ed intimisti ricordi del mito classico, legato alla terra e al mare. La profonda conoscenza dell’arte e del sentimento religioso dell’Europa Orientale, e segnatamente della Russia, ha, invece, influenzato soprattutto la sua ultima produzione, dalla metà degli Anni Novanta.
Pur suggestionato dalla ricerca della verità e di Dio che traspare dalle icone sacre russe, Orler rimane un uomo e un artista occidentale, che segue una concezione diversa dalla visione orientale ed ortodossa della divinità, lungo personali sentieri dello spirito. Aderendo al Discorso agli Artisti scritto da Paolo VI nel 1964 e alla più recente Lettera agli artisti di Giovanni Paolo II del 1999, Orler ha inteso affermare che anche l’arte moderna può avere un messaggio di fede, come ha già avuto in passato, e che l’arte sacra è viva ancor oggi, pur fra tanti neri vaticini di morte. Nell’ansia che Orler rivela di voler lasciare questo suo messaggio, i grandi problemi esistenziali insoluti ed insolubili dell’Uomo si riversano come un gorgo straripante sulla tela, attraverso ampie pennellate gestuali,fluidamente veloci, creando vorticosamente opere nuove di grande impatto emotivo, come le cento raffigurazioni del 1999-2000, ispirate alle storie dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il suo modo di fare pittura, il suo disegno deciso ed incisivo, la sua forte accentuazione cromatica e così piena di luce, avviluppata in dinamiche ‘matasse’ che delineano le figure, denunciano chiaramente il fascino subito da Orler verso la lezione di Van Gogh e nei confronti della matrice tedesca del grande espressionismo, facendo sì che i suoi racconti diventino sorgente di un’esperienza intensamente emozionale e spirituale; forme che risentono del dinamismo ‘invaso’ di Kokoschka, cromie pure gestualmente fauves, collegate, talvolta, a un mistico lirismo dall’inondante musicalità wagneriana.
Un espressionismo, quello del microcosmo di Orler, totalmente scevro da concezioni moderne e avanguardiste di arte come denuncia sociale, ma perfettamente immerso in quello postmoderno, definitivamente sancito dal crollo del muro di Berlino nel 1989, e, diremmo, in una visione “profeticamente” posteriore anche all’11 settembre 2001, dove Orler, come un cieco-vedente, dischiude muri ed intravede nuovi cieli di comunione e dialogo non attraverso le armi e nemmeno tramite le ideologie, bensì mediante la fede. L’ecumenismo, che supera un discorso logocentrico della cultura occidentale, non approda ad una deriva creativa, ad una ‘tranfilosofia’ da New Age, ma nell’intimità pur gioiosa e personalissima dell’atto pittorico, questo sì eclettico e ‘nomade’ nella volubilità dello stile, che indubbiamente dà piacere in sé ma che in Orler non si esaurisce in sé, si riflette una scelta lampante di fede ben precisa e per nulla indefinita o eclettica. Non sempre il suo linguaggio è fatto di pulsioni gestualmente crude: segni plastici ed armonici, che ci rammentano quelli fantastici di un angelo ribelle di Osvaldo Licini, possono tracciare corpi che rimandano,nella cromia vivace, al fauvisme di un Matisse. Uniti a tali connotati, riscontriamo sovente forti ascendenze oniriche e metafisiche dechirichiane ed eco del surrealismo di Mirò o di quello dei ‘racconti’ onirici di Chagall, dove, però, spesso il racconto nostalgico di quest’ultimo è tradotto in vorticosi turbini ‘premonitori’. Formalmente, le sue tele sono sempre ben strutturate e costruite con perfetti equilibri fra le parti, con una sapienza nell’inserimento delle immagini umane assolutamente studiata e calibrata, al di là di quanto la gestualità istintiva della pennellata possa far pensare, rivelandoci un Orler dalla solida preparazione anche delle tecniche, in una pittura sempre cromaticamente opulenta. Essenzialità del tratto, in un prepotente assunto della restaurazione del primato del disegno e della pittura, con ammiccanti richiami - si è già accennato - anche ad un “nomadismo” intellettuale e stilistico, come nella Transavanguardia italiana o nei Nuovi Selvaggi tedeschi, ma ampiamente personalizzati secondo una personale inconfondibile ‘via’. Proprio in questo sta l’arte più vera e genuina di Davide Orler, un colto ed ‘umile’ messaggio, fatto di sensazioni e di concettualità al di là delle ideologie, delle avanguardie e delle mode, di pathos e di logos, unito ad una superba techne, un’abilità innata, cioè, nel disegno e nelle varie tecniche pittoriche, un autentico messaggio culturale di arte, di vita e di fede - memore del tempo passato ma proiettato nel futuro – per il ‘viaggiatore’ di questo travagliato inizio di Ventunesimo secolo. E proprio in questo inizio di nuovo secolo si è assistito ad un intensificarsi di prestigiose personali, che hanno contribuito a far conoscere l’arte del Maestro in Italia, da Bassano del Grappa a Firenze, da Napoli a Monreale, mentre se ne stanno preparando altre, ed altrettanto importanti, in Europa e nel mondo. Sito ufficiale www.davideorler.it
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