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Cristo Acheropita PDF Stampa E-mail
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Icona russa, inizio del XIX sec. 52 x 41,5
 
 

L’immagine che qui vediamo (l’ampia scritta sul bordo superiore recita: «Icona non dipinta da mano d’uomo del nostro Signore Gesù Cristo»), costituisce la tipologia iconografica fondamentale della raffigurazione di Cristo, su cui poggia la teologia dell’icona. Il volto del Salvatore è raffigurato sullo sfondo di un telo bianco che scende in ampi panneggi, e ricorda un’antica  tradizione che si rifà alla miracolosa guarigione del re di Edessa Abgar: costui, gravemente malato, aveva inviato un suo pittore a ritrarre Cristo, nella convinzione che la forza taumaturgica del ritratto l’avrebbe risanato. Ma per quanti sforzi facesse, l’artista non riusciva in alcun modo a fissare sul quadro i lineamenti del Signore, che mosso a pietà si bagnò il volto e gli consegnò un lino su cui, asciugandosi, aveva impresso il proprio sembiante. La tradizione del «Volto Santo» di Abgar, di cui abbiamo notizia a partire dal VI secolo (era stato lungamente nascosto perché i successori del sovrano erano ritornati al paganesimo), che si intreccia probabilmente anche con la Sindone, di cui ripresenta il tipo fisionomico, ebbe particolare devozione in Oriente; in Occidente, soprattutto a partire dal XIII secolo, si sviluppò la tradizione della Veronica, la donna che terse il volto di Cristo durante la via al Calvario, e ne custodì l’effigie miracolosamente impressa sul panno.

Entrambe le tradizioni si rifanno a uno degli elementi fondamentali nella venerazione delle icone: superare il veto dell’Antico Testamento a farsi delle immagini di Dio è divenuto possibile perché Dio stesso si è rivestito di una carne, ha assunto un volto umano, riscattando fino in fondo la macchia del peccato originale che aveva deturpato l’immagine divina con cui l’uomo era stato creato. La presenza, ai lati dell’immagine centrale, della profetessa Anna e della martire Caterina d’Alessandria, indica che l’icona venne dipinta per un preciso committente, che aveva come patrone le due sante.

 
Cristo Acheropita PDF Stampa E-mail
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Icona russa, inizio del XIX sec. 52 x 41,5
 
 

L’immagine che qui vediamo (l’ampia scritta sul bordo superiore recita: «Icona non dipinta da mano d’uomo del nostro Signore Gesù Cristo»), costituisce la tipologia iconografica fondamentale della raffigurazione di Cristo, su cui poggia la teologia dell’icona. Il volto del Salvatore è raffigurato sullo sfondo di un telo bianco che scende in ampi panneggi, e ricorda un’antica  tradizione che si rifà alla miracolosa guarigione del re di Edessa Abgar: costui, gravemente malato, aveva inviato un suo pittore a ritrarre Cristo, nella convinzione che la forza taumaturgica del ritratto l’avrebbe risanato. Ma per quanti sforzi facesse, l’artista non riusciva in alcun modo a fissare sul quadro i lineamenti del Signore, che mosso a pietà si bagnò il volto e gli consegnò un lino su cui, asciugandosi, aveva impresso il proprio sembiante. La tradizione del «Volto Santo» di Abgar, di cui abbiamo notizia a partire dal VI secolo (era stato lungamente nascosto perché i successori del sovrano erano ritornati al paganesimo), che si intreccia probabilmente anche con la Sindone, di cui ripresenta il tipo fisionomico, ebbe particolare devozione in Oriente; in Occidente, soprattutto a partire dal XIII secolo, si sviluppò la tradizione della Veronica, la donna che terse il volto di Cristo durante la via al Calvario, e ne custodì l’effigie miracolosamente impressa sul panno.

Entrambe le tradizioni si rifanno a uno degli elementi fondamentali nella venerazione delle icone: superare il veto dell’Antico Testamento a farsi delle immagini di Dio è divenuto possibile perché Dio stesso si è rivestito di una carne, ha assunto un volto umano, riscattando fino in fondo la macchia del peccato originale che aveva deturpato l’immagine divina con cui l’uomo era stato creato. La presenza, ai lati dell’immagine centrale, della profetessa Anna e della martire Caterina d’Alessandria, indica che l’icona venne dipinta per un preciso committente, che aveva come patrone le due sante.

 
Sinassi dell'arcangelo Michele PDF Stampa E-mail
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Icona russa, inizio del XIX sec. 35,5 x 31
 
 

«Chi è come Dio?»: questo il significato del nome che porta l’arcangelo Michele, qui raffigurato frontalmente, e con abiti guerreschi che alludono al culto di «arcistratega» delle legioni celesti, impavido difensore dal male, di cui gode. Il palladio che rende invincibile l’arcangelo è il «Volto Santo» di Cristo, che questi ostende solennemente davanti a sé su un lino (mandylion). Rimandando alla tav. precedente per l’iconografia del Volto «acheropita» di Cristo, non dipinto cioè da mano umana, va qui sottolineato il particolare valore taumaturgico attribuito alle icone del Salvatore che lo raffigurano secondo questa tipologia: essi venivano infatti issate sulle porte delle città o ricamate sui vessilli e le insegne militari come portatrici di vittoria. La festa della Sinassi dell’arcangelo Michele, «associato alla dignità del Salvatore» (secondo l’etimologia del termine greco «Sinassi»), viene celebrata nel mondo orientale l’8 novembre; generalmente, insieme a lui vengono raffigurati tutti gli arcangeli, qui invece l’icona assume piuttosto l’aspetto di icona patronale della famiglia che l’aveva commissionata: intorno all’arcangelo vediamo  infatti, più esternamente, i martiri Floro e Lauro, e accanto a lui i vescovi Teodosio e Biagio. Altri santi sono riconoscibili sulla cornice: più in alto, da sinistra a destra l’angelo custode e san Giorgio; più in basso, sono raffigurati probabilmente (come si evince dagli attributi iconografici che hanno in mano, cucchiaini e cofanetti di medicamenti), i santi medici anargiri Cosma e Damiano, le cui iscrizioni identificative purtroppo sono mal leggibili.

 
Cristo Pantocratore PDF Stampa E-mail
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Icona russa, XIX sec., Rivestimento in argento e smalti policromi, Mosca, 31 x 26,5
 
 

La tipologia del «Pantocratore» («Colui che sostiene in sé ogni essere», questo il significato del termine greco), appare fin dalle catacombe romane, e fissa la propria iconografia nel VI secolo (la più antica icona conservatasi fino ai giorni nostri è una grande tavola dipinta nella tecnica ad encausto, nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai). Caratteristiche principali del Pantocratore sono la posizione frontale, la mano destra benedicente e la sinistra che regge il Vangelo, talvolta chiuso ma più frequentemente aperto su un’esortazione che Cristo rivolge ai propri discepoli. La frase può cambiare, qui ad esempio leggiamo un testo del Vangelo di san Matteo: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). Anche le vesti del Pantocratore seguono una simbologia ben precisa: la tunica è rossa, a significare la sua divinità, mentre il manto blu ricorda che Dio ha assunto una natura umana (esattamente l’inverso sono i colori delle vesti della Madre di Dio, che sulla tunica blu della propria  umanità porta un velo - maphorion - rosso scuro o porpora, a indicare l’adozione a figli di Dio avvenuta con la Redenzione).

La fisionomia del Salvatore è qui resa nel modo tradizionale dell’icona russa: i lineamenti delicati, gli occhi messi in risalto da pochi trattini luminosi, lo sguardo profondo, dolce e severo al tempo stesso. L’icona in esame è inoltre impreziosita da una cornice a basma in argento, e da un bel nimbo pure in argento, decorato con smalti policromi. Il fondo dell’icona è invece completamente abraso, lo strato pittorico e le iscrizioni sono scomparsi, ed è stata messa a nudo la base di levkas (gesso), che serve da fondo preparatorio per la pittura.

 
Cristo Pantocratore PDF Stampa E-mail
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Icona russa, XIX sec. Rivestimento in argento e smalti policromi, 31,3 x 26,8
 
 

La raffigurazione a lato riprende la medesima tipologia della tavola precedente, a cui rimandiamo per lo schema iconografico, ma presenta rispetto ad essa delle notevoli peculiarità. Si tratta innanzitutto di un’opera dipinta nell’ultimo squarcio del XIX secolo, secondo uno stile molto in voga all’epoca e prediletto negli ambienti dell’aristocrazia e della corte, realizzato generalmente con una tecnica a olio o mista (olio e tempera) che ricorda i ritratti più che la resa pittorica tradizionale dell’icona. Il volto e lo sguardo sono resi attraverso un finissimo modellato, teso a raggiungere la maggior verosimiglianza ed espressività naturalistica possibile. Non è un caso che anche la scritta realizzata a smalto sul libro del Vangelo insista sul sentimento d’amore, che spira dal sembiante del Salvatore e che Questi vuol infondere nei propri discepoli: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).

La figura di Cristo, ad eccezione del volto e delle mani, è interamente ricoperta da un rivestimento in argento e smalti policromi, realizzato con raffinatezza, alternando superfici lisce (il nimbo) e a raggiera (il fondo), al motivo inciso della cornice. Un elemento iconografico tipico del Pantocratore (assente nella tavola precedente), è la croce inscritta nel nimbo, a significare la Passione e morte volontariamente subite da Cristo, all’interno della quale si leggono le lettere greche della definizione di Dio, «Colui che è». In tal modo, anche questo elemento rimanda al significato complessivo e globale della raffigurazione. La testimonianza resa al Dio incarnato, che unisce in sé in modo mirabile, «senza divisione e senza confusione», la natura umana e quella divina.

 
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