|
Alla famiglia Orler spetta un grande merito nella divulgazione in Italia della millenaria arte iconografica russa. Quest'arte si sviluppò in Russia seguendo i canoni dell'iconografia bizantina, arrivata nella Rus di Kiev (cosi si chiamava lo Stato russo dell'epoca) insieme al cristianesimo, adottato nel 988. L'icona divenne oggetto di culto imprescindibile, sia nelle chiese, sia nelle case private. Fuori dai confini della Russia, tuttavia, rimase una realtà semisconosciuta, soprattutto a causa della rarità delle opere: infatti, la loro esportazione fu severamente vietata sin dopo la rivoluzione del 1917, quindi la maggior parte delle icone presenti oggi in Europa e in altri paesi del mondo proviene dalle proprietà di alcune grandi famiglie della nobiltà russa fuggita all'estero per salvarsi dalle persecuzioni bolsceviche. È lì che nasce, più di trent'anni fa, la collezione Orler, grazie alla passione dell'attuale capofamiglia, Davide, il quale cominciò ad acquistare icone nelle maggiori città di Germania e altri paesi d'Europa, dove vivevano discendenti di famiglie russe in esilio. Negli anni la Collezione è cresciuta sino a divenire, secondo il parere di autorevoli esperti, una delle maggiori al mondo, fuori dalla Russia. Da diversi anni la famiglia Orler ha scelto di aprire i propri tesori al pubblico, per farli conoscere e ammirare. "Da alcuni decenni, si nota un ricupero di interesse per la teologia e la spiritualità delle icone orientali; è un segno di un crescente bisogno del linguaggio spirituale dell'arte autenticamente cristiana". Così scriveva Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Duodecimum saeculum, consegnata ai fedeli il 4 dicembre 1987, in occasione del dodicesimo cen tenario del II Concilio di Nicea, convocato per dirimere la questione dell'arte sacra. Dopo quindici anni la riscoperta dell'icona è ancora molto viva, e si può dire che l'interesse verso il mondo dell'icona si estenda in maniera progressiva, con una richiesta di conoscenza e di fruizione dell'icona stessa che parte dalla base, dal popolo di Dio. Tale movimento mi sembra molto significativo, perché viene a confermare che la ripresa dell'uso delle icone nella preghiera liturgica e nella preghiera personale abbia un fondamento che non si possa ricondurre ad una moda, che come tale avrebbe già fatto il suo corso, né ad una ventata di esotismo orientaleggiante, che avrebbe avuto corto respiro. Ci sì può domandare allora perché l'icona si stia imponendo all'interesse dei cristiani d'occidente, che pur non avendo dimestichezza con il linguaggio iconico ne percepiscono tutto il fascino, che si mantiene intatto nel corso dei secoli. L’icona è un immagine teologica, che si prefigge di riproporre l’annuncio contenuto nel testo biblico ed il pensiero cristiano attraverso i segni ed i colori della pittura. Per arrivare ad assolvere questo compito l'icona ha percorso un lungo cammino di strutturazione, purificandosi nel lavacro dell'iconoclastia e raggiungendo poi livelli di altissima espressione artistica e spirituale, che ci permettono di ammirarla nella sua particolare forma espressiva. L'icona è unimmagine simbolica, che presenta un'umanità trasfigurata, deificata, in virtù dell'evento salvifico che ha ricostituito l'immagine deturpata a causa del peccato, cioè la Risurrezione del Signore Gesù Cristo. Nell'icona è percepibile in maniera velata, come in uno specchio, la nuova dimensione dell'umanità, che di gloria in gloria si trasforma ad immagine del suo Creatore. Tutto nell'icona è simbolo, segno di una realtà altra che ci è promessa, che in Cristo ci è stata data, e che un giorno raggiungeremo nell'incontro con l'Eterno. L'icona è una presenza, in essa è presente la gloria di Dio; quindi è una Teofania, una manifestazione della misericordia, della bellezza, della santità e della verità del Padre, che attraverso il Figlio ci ha dato tutto, anche la sua stessa vita. Per questo qualunque sia la scuola a cui appartiene ogni icona deve essere dossologica, celebrare la lode di Dio, cantarne la gloria, e partecipare cosi all'umanità una porzione di Paradiso. Ecco perché l'icona non può essere diversa da se stessa, se vuole assolvere al compito che le è proprio essendo un'immagine liturgica, cultuale, un processo eterno della vita della Chiesa, l'icona assume un ruolo ed un valore particolare. Inserita a tutto titolo nella Chiesa, diventa un sacramentale, uno strumento che veicola grazia santificante e che mette in comunione colui che ad essa si rivolge con l'archetipo che si trova in ciclo e il cui modello è presente nell'immagine. Così l'icona si offre a noi per richiamare la nostra attenzione e condurla verso l'alto, con un'azione anagogica che diventa contemplazione, ricerca pura della beata visione, purificazione dello sguardo, pacificazione dell'anima. Forse per questi motivi, e per altri ancora, l'icona trova grande seguito, attirando a sé uomini e donne di ogni estrazione, di differenti culture, che di fronte ad essa rimangono come privi difese e si lasciano investire dallo sguardo di chi da tempo li aveva conosciuti e aspettava il momento di incontrarne lo sguardo. Si, perché se sapremo accostarci all'icona spogliati delle nostre certezze, operando in noi la Kenosi evangelica, scopriremo che non saremo noi a guardare l'icona, ma ci sentiremo guardati, così come già siamo stati salvati. Tutto viene da Dio, l'iniziativa è sempre sua; a noi spetta dare una risposta, accettare di essere inseriti nel mistero della salvezza, e partecipare con le anime degli incontaminati al passaggio da morte a vita, che in Cristo è già stato compiuto. L'icona diventa così un prezioso strumento posto nelle nostre mani, davanti ai nostri occhi, e l'andare ogni giorno con lo sguardo all'icona ci aiuterà a cercare la fonte della Bellezza e della Verità, cioè Colui che è il più bello tra i figli dell'uomo e Colui che, per sua stessa ammissione, è la Verità, il Cristo di Dio. Per questo ogni icona è cristologia, perché tutto deriva dall'incarnazione del Verbo e tutto viene ricapitolato in Cristo. Perciò l'icona può assumere per sé l'espressione: "Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio". In essa questo è visibile, con gli occhi della fede, e se accolta nella fède essa potrà operare prodigi impensabili, perché nulla è impossibile a Dio. La collezione di icone russe di Davide Orler si presenta oggi come la più rilevante raccolta privata in Italia sia per il numero di pezzi, sia per il livello artistico delle opere. Le collezioni di tale importanza non si raccolgono in pochi anni, sono il frutto di una vita dedicata alla ricerca guidata dall’amore per l'icona, da un'autentica passione per il collezionismo. Probabilmente è stata l'esperienza di pittore che ha consentito a Davide Orler di capire più profondamente la bellezza della pittura di icone, di apprezzare il colore, di avvertire l'armonia e la raffinatezza della linea. L'occhio acuto del collezionista ha saputo distinguere l’opera autentica, cogliere al volo le occasioni offerte da smembramenti delle collezioni di antica data. Tutti questi fattori hanno contributo a porre le basi necessarie per la sua raccolta di icone antiche. Oggi la collezione comprende un vasto arco cronologico di opere che rappresentano le correnti principali della pittura russa dalla fioritura dell'arte nel XVI secolo fino all'epoca della rinascita delle antiche tradizioni iconografiche all'inizio del XX secolo. Molte di queste sono delle opere di notevole importanza per la storia della pittura di icone ed appartengono ai centri iconografici principali della Russia fra cui: Novgorod, Mosca, Tver', il Nord, le città della Russia centrale sul Volga (Kostroma, Jaroslavl'), ma anche celebri villaggi della provincia di Vladimir come Palech, Mstera e Chòluj. Le più significative appartengono al XVI secolo, epoca di uno sviluppo senza precedenti dell'iconografia sia nella capitale dello Stato moscovita sia nelle città più remote del paese. Fra quelle di particolare spicco sono le tavole raffiguranti Giudizio universale della seconda metà del XVI secolo dipinte dai maestri della scuola di Novgorod. A una corrente provinciale dello stesso indirizzo artistico appartiene l'icona di San Giorgio a cavallo, un soggetto particolarmente caro al popolo russo. La Madre di Dio della Deesis proveniente da un'iconostasi mostra la rigorosa fedeltà al canone bizantino e colpisce per il profondo raccoglimento nella preghiera di intercessione che la Vergine rivolge a Cristo della Seconda venuta. Fra le icone del XVII secolo di grande valore è la tavola raffigurante la Resurrezione di Cristo firmata da uno dei più illustri artisti del Palazzo delle Armi presso il Cremino di Mosca Tichon Filat'ev, attivo a cavallo tra il XVII secolo e il XVIII secolo. La ricchezza documentaria della collezione si rivela particolarmente significativa e variegata per i secoli XVIII e XIX. 
|