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Per molti anni, Annigoni è stato considerato, nell’immaginario collettivo, il “pittore delle regine”, l’artigiano gradevole e fuori tempo di volti e di ritratti, il maestro del realismo anacronistico che non si rassegna di fronte alla “deriva” dell’arte moderna, allontanandosi dalle vere espressioni dell’arte del suo tempo. Nonostante che da vari anni (almeno dal 2000) oramai alcune significative mostre su di lui abbiano iniziato una doverosa ‘reinterpretazione’ della sua opera, ancor lungi, però, dall’essere conclusa, il luogo comune stenta a morire. Chi fu Annigoni? Veramente, solo uno scaltro artigiano? Oppure un genio assoluto, incompreso dai più? Né l’uno, né l’altro: Annigoni fu soprattutto un ‘uomo’ che, attraverso l’arte, ha saputo cogliere perfettamente il senso disincantato e, in una certa maniera, esistenzialista dell’‘uomo’ moderno; ha superato i tormenti squassanti innescati dalle Avanguardie rimanendo fedele alla parola (il verbum pictum, nel suo caso), con un’autenticità di messaggio che non ha nulla di ‘artigianale’, ma, al contrario, è altamente imbevuto di cultura filosofica, che poco ha a che vedere con quella classica. L’uomo che egli indaga è lontanissimo da Dante e da Michelangelo, da Caravaggio o da Manzoni, ma ha analogie con quello di Freud e di De Chirico, di Croce e di Gentile, sebbene la sua ‘via’ sia solamente e peculiarmente la sua. Arte e bello in Annigoni appaiono come oggetti di un’unica investigazione e, per usare un’espressione di Kant, per Annigoni “la natura è bella quando ha l’apparenza dell’arte” e non viceversa. L’arte, nei suoi aspetti tecnici, psicologici, morali e sociali (così pregnanti nelle sue tre Solitudini del 1963, del 1968 e del 1973), non si separa dalla considerazione del bello, come avviene, invece, in molte espressioni dell’arte moderna a lui contemporanea. La nozione di ‘bello’ in Annigoni definisce anche lo smunto anacoreta, intriso di metafisica ed essenica luce giovannea, il ‘barbone’ Cinciarda (del 1945), i vecchi nell’osteria o nella mensa sociale e gli sbandati di strada, come la figura allettata del Morente (1931), perchè in lui bella è un’opera d’arte (e d’arte si tratta, non di artigianato!) quando è riuscita (riuscita innanzi tutto per se stesso e per la sua coscienza), anche se rappresenta persone o ambienti ‘da dimenticare’. Ma è il compito o ruolo delle sue opere (la loro motivazione di essere state concepite e di continuare ad esistere) che maggiormente caratterizza le grandi tele d’Annigoni: non strumentale, cioè quale mezzo di educazione alla verità o di perfezionamento morale o di indottrinamento politico, ma di fine, cioè espressione. I suoi Manichini, le sue Solitudini, i suoi Anacoreti rappresentano una forma ‘finale’ delle esperienze umane. L’emozione – e l’emozione estetica – in Annigoni è un atto di ‘espressione’, non un ‘pianto’ esistenzialista di sfogo.
‘Espressione’ che, però, non conduce Annigoni ad un’arte per l’arte, ma lo avvicina all’estetica crociana, a quel Benedetto Croce che aveva adombrato l’espressione e nel contempo aveva ironizzato sul suo fine in se stessa dell’arte, sul pensiero del quale Pietro si era formato, pensiero da lui liberamente rielaborato e ne mutuò, sul piano politico, il rifiuto del regime fascista e del nazismo e, su quello sociale, l’attenzione verso gli emarginati. Ma, soprattutto, sul piano dell’arte, fece proprio il concetto dell’indissolubilità dell’estetica dall’etica, che lo condurrà ad isolarsi nella ‘solitudine’ dopo le delusioni che gli causerà la rinata democrazia nel 1945. La solitudine che favorisce l’introspezione, l’inquietudine sul destino dell’uomo sono alla base delle allegorie, dei Manichini, degli Eremiti e delle tre rammentate Solitudini, opere nelle quali l’abbandono si rivela tormentoso e pesante, in un mondo che pare privato del suo creatore. D’altronde, temperamento irruente, brusco, focoso e passionale fin da giovane, amante della vita in ogni suo aspetto, non poteva approdare, pur nel disincanto e nell’amarezza, nella solitudine dopo la ‘tempesta’, ai lidi dell’Esistenzialismo, a quell’angoscia esistenzialista, almeno, che, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, aveva chiuso l’illusione nelle illimitate risorse dell’uomo. La pittura annigoniana, infatti, proprio per la concezione che egli aveva, nonostante tutto, dell’uomo (concezione assolutamente e tenacemente antropocentrica), non poteva rifarsi alla filosofia di Kierkegaard, che negava ogni possibilità di conoscenza dell’essere umano, riducendo l’uomo alla mera sua esistenza. L’esistenzialismo annigoniano si pone vicino alle concezioni esistenzialiste positive italiane e a certa filosofia russa, soprattutto di Nikolaj Berdjaev. Anche la natura ed i paesaggi, almeno quelli più riusciti del Maestro e non ‘commerciali’, non sono fine a se stessi, ma recano sempre, immanente od esplicito, un richiamo sostanzialmente antropocentrico, di un uomo-manichino, non orgogliosamente vincente ed autonomo, ma neppure pupazzo senz’anima. Per quanto detto, nella mostra di Marcon (Venezia) che si è tenuta lo scorso ottobre presso lo “Spazioeventi” Orler (mostra curata da Antonio Paolucci e da chi scrive) non sono stati inseriti i suoi impeccabili ritratti (all’infuori di un autoritratto giovanile degli Anni Venti e del noto autoritratto del 1946) o le sue vigorose sanguigne e neppure i bozzetti per i suoi famosissimi affreschi di tema religioso. Solamente i soggetti ‘filosofi ci’ dell’altro Annigoni, impregnati di quel suo esistenzialismo trattato con le tecniche della figurazione, ‘oltre’ la realtà contingente.
“Solitudine III”, 1973, tempera rassa su tela. Settantuno opere, divise in due sezioni, hanno qualifi cato l’importante mostra annigoniana, tenutasi dal 7 ottobre al 5 novembre di quest’anno. La prima – che traeva spunto dal parziale titolo di una celeberrima opera annigoniana – “Questo è l’uomo” – concerne opere ‘concettuali’ ante litteram, incentrati sull’uomo ed il suo essere, compresi in un arco temporale di oltre mezzo secolo, opere che possiamo senz’altro definire come tra i suoi capolavori assoluti; la seconda, scene di vita e prevalentemente paesaggi, ma pervasi sempre di intimistica poesia latamente esistenzialista (“Natura intus”). Il catalogo della mostra è stato pubblicato da Giorgio Mondadori.
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